La dura vita di un super sottosegretario a metà tra Wolf e Pagoda, Polillo
Dalle prime luci del mattino alla notte fonda – “dall’alba finché il giorno muore”, come nel canto dei vecchi amanti, Polillo c’è. Confidenzialmente adagiato su una poltrona, sistemato su uno strapuntino, rilassato su una sedia, Polillo c’è. In trasmissioni di destra e di sinistra e di centro e di mezza tacca, Polillo c’è. E dice, Polillo come se Pereira fosse Polillo, in un cortocircuito esistenziale dove la pur sostanziale differenza tra il sostenere e il dire si confondeva e si fondeva).
16 AGO 20

Dalle prime luci del mattino alla notte fonda – “dall’alba finché il giorno muore”, come nel canto dei vecchi amanti, Polillo c’è. Confidenzialmente adagiato su una poltrona, sistemato su uno strapuntino, rilassato su una sedia, Polillo c’è. In trasmissioni di destra e di sinistra e di centro e di mezza tacca, Polillo c’è. E dice, Polillo – ché il dire (sempre, comunque, inevitabilmente) è del Polillo essenza e sostanza (così tanto dice, che avendo la generosa intenzione di ricordare Tabucchi scomparso, sostenne Polillo essere il Tabucchi l’autore di “Diceva Pereira” – come se Pereira fosse Polillo, in un cortocircuito esistenziale dove la pur sostanziale differenza tra il sostenere e il dire si confondeva e si fondeva). Polillo è uomo del dire – del dire molto, del dire tutto, c’è chi sostiene del dire per dire. Una sorta di felicità sottosegretariale che va deambulando di studio in studio, di poltrona in poltrona, di ospitata in ospitata, “io vado in tivù, ci metto la faccia” – un dato di fatto, per qualche collega dato di fatto preoccupante – o un’ombra di invidia galoppante? E c’è da pensare alla Fornero, che non poche volte ha ascoltato i detti polilliani e ha avvertito un principio di tentazione di strangolamento col prezioso foulard che le vela l’incarnato post-thatcheriano. Polillo è così – dice. Come Pereira, se mai Pereira avesse detto. Dice, e ogni cosa appare definitiva, fatta, sentenziata.
“Sono addestrato a trovare una soluzione”, ha detto, per dire, al Corriere, in una memorabile intervista, “ma per caso lei mi sta intervistando?”. E pure, “prima di tanti intuisco come il problema può essere risolto”. Proprio così dice, quando di sé dice, Polillo – che ha appunto questo nome felice, quasi pirandelliano, che si presenta insieme confidenziale e jazzistico. Uno strano incrocio tra il Wolf di “Pulp Fiction”, mi chiamo Polillo, risolvo problemi, e l’evocazione nei suoi detrattori del Tony Pagoda di Sorrentino, “le esistenze sono solo tentativi, perlopiù fatti a cazzo” – a volte, fanno schiamazzo i giornali, pure le dichiarazioni. E la Fornero lì, a un passo dal (ri)mostrare la sua lacrima sul viso, non tanto a umano patire per le pene che ai pensionati impone, quanto a governativo travaso di bile per certe dichiarazioni che le si schiantano addosso. Sostiene Polillo che il suo dire è sempre gran bel dire, “io non faccio pasticci: io, casomai, finisco dentro qualche baruffa, dalla quale, comunque, alla fine esco dimostrando di avere sempre ragione”. Sempre – non a volte, non quasi: sempre. E’ un uomo simpatico, Polillo, che non si nega e soprattutto neppur rinnega – che si concede e si lascia catturare, da una telecamera, da uno studio televisivo, da una mignottesca e felice telefonata del cronista che lo inchioda alla sua maschera. Perché Polillo, generoso dispensatore, non poco sta rischiando. Ieri il manifesto, nell’editoriale in prima pagina, senza neppure nominarlo così lo rappresentava, “è un tecnico o non è piuttosto uno scemo messo in un posto sbagliato?”. E il Giornale, da credere ben intenzionato, lo racconta come “sottosegretario dal volto umano”, vabbè, ma peraltro “gaffeur compulsivo”.
E il Messaggero, che nel coccolaggio a Monti è così preso che manco più il lido marino di Ostia cita, scrive che “parla e straparla di tutto”. C’è che è comunque un temerario, il sottosegretario irrefrenabile: non solo in ciò che dice, ma anche dove lo dice. La faccia ci mette, vero, e in posti dove la faccia potrebbero fargliela (mediaticamente) nera – prima ancora che provveda il giorno appresso qualche collega di governo. Fu con un curriculum che tutto cominciò – dove “è la sua forma che conta, non ciò che sente”, avvisava il poeta. Che Polillo passò a Cicchitto e che Cicchitto passò a Monti. Così fu che lo sventurato rispose. E forse Monti adesso sospetta che da Cicchitto non si accettano né curriculum né chiamate interurbane quando c’è Obama. Caramelle sì.